24
Dom, Set
1 New Articles

LA FILOSOFIA DEI QUANTI

Interviste
Typography

Intervista al Prof. Julio Moreno-Dávila da parte del Prof. Fernando Di Mieri. Argomento complicato e affascinante come pochi altri, la filosofia della fisica quantistica continua a far discutere. Posizioni molto diverse si confrontano tra loro, nella lettura di principi ed esperimenti che mettono a dura prova le certezze consolidate del senso comune. Su tutto ciò, il prof. Julio Moreno-Dàvila ha tenuto, lo scorso 28 marzo 2017, una conferenza nell'ambito delle attività del Master in Scienza e Fede dell'Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma. A lui ho rivolto alcune domande per conoscerne il pensiero a proposito di alcuni punti nodali.

1) La rivoluzione quantistica ha portato gli studiosi a rivedere tante nozioni tradizionali, di interesse sia filosofico che teologico. Ritiene, cominciamo da questo punto, che le categorie di sostanza e causa, per come erano intese nella tradizione aristotelica, siano state confutate in radice?

La filosofia della natura e la filosofia della scienza sviluppate nel periodo classico e quello medievale sono molto precise e molto complete. Purtroppo, esse fanno riferimento, né potrebbe essere diversamente, alla scienza del tempo in cui sono state create e alla natura, com’era concepita in quei secoli. La scienza contemporanea e la nostra concezione della natura sono cambiate a tal punto che le categorie di pensiero classiche (greche) e medievali non sono più applicabili. Per esempio, la matematica classica trattava fondamentalmente di due categorie aristoteliche dell’essere: la quantità (poson) e l’estensione (aritmetica e geometria). Oggi, la matematica contemporanea si occupa di relazioni (pros ti) e tutte le teorie tomiste, per esempio, a proposito della matematica sono obsolete, filosofano, fanno riferimento a una scienza che non esiste più.

La stessa cosa potrebbe essere detta della filosofia della meccanica quantistica. Formalmente, il concetto di causa è stato sostituito con il concetto di dipendenza funzionale, ma soltanto dal punto di vista formale. Edith Stein ci dice che ogni essere umano ha una sua metafisica propria, magari implicita, cosa che si applica perfino a quelli che rifiutano la metafisica. Di conseguenza, si parla praticamente sempre di causa, anche se formalmente i fisici preferiscono parlare di dipendenze funzionali nelle loro pubblicazioni. In ogni caso, una differenza certamente c’è: nel mondo quantistico le cause non sono perfettamente deterministiche, ma, secondo certe interpretazioni, determinano solamente una propensione, per usare un termine introdotto da Popper.

Il concetto di sostanza, contestato già prima dell’avvento della meccanica quantistica, sembra di difficile applicazione alle particelle subatomiche. Dobbiamo distinguere due casi.

Primo, i fermioni sono particelle che ubbidiscono al principio di Pauli e, quindi, due di essi non possono trovarsi nello stesso stato (energia, spin…). Sembrano derivare la loro identità dal concetto di sostanza di Leibniz, che con grande precisione distingue le diverse sostanze a partire dalle loro proprietà. Il concetto tomistico di materia signata quantitate non sembra adatto per queste particelle.

Secondo, i bosoni sono invece delle particelle che non ubbidiscono al principio di Pauli e che, quindi, sono indistinguibili in certe circostanze. Facciamo un esempio. Immaginiamo di gettare in aria due monetine. I possibili risultati sono: testa-testa, testa-croce, croce-testa, croce-croce. Quattro in tutto, ognuno con una probabilità di 1/4. Se realizzassimo un esperimento analogo con i bosoni, i casi sarebbero soltanto tre. I casi testa-croce e croce-testa sarebbero indistinguibili. Ognuno dei casi avrebbe una probabilità di 1/3. I concetti tomisti di sostanza, di unità e d’individuazione non sarebbero applicabili. Uno studio più approfondito, non possibile in questa sede, sembrerebbe indicare a questo proposito una possibilità di applicazione del concetto di hæcceitas di Duns Scoto. La conclusione non è, a mio avviso, che i concetti aristotelici-tomisti siano confutati. Piuttosto si tratta, come abbiamo accennato al principio, di una non-applicabilità di questi concetti, creati espressamente per un mondo macroscopico, per il quale penso siano sempre validi riferimenti.

2) Al soggetto è riconosciuta, nella tradizione quantistica, una ben diversa funzione rispetto alla scienza classica. Pensa che ciò esponga al rischio del relativismo?

Una tentazione tipica del mondo superficiale nel quale viviamo è quella di confondere relatività e relativismo. Nei miei corsi ho ripetuto mille volte che questi due concetti non hanno niente in comune: la relatività è obiettiva, dipende da certe circostanze controllabili, mentre il relativismo è soggettivo, non dipende di circostanze fisiche controllabili. Malgrado la mia insistenza, malgrado dicessi che si trattava di una questione oggetto d'esame, giunti alla prova finale, tantissimi studenti confondevano ancora i due concetti. In realtà, il gatto di Schrödinger potrà essere vivo o morto, ma ciò non dipenderà mai dal fatto che l’osservatore sia Tizio, Caio o Sempronio. Insomma, affermare che “il relativismo è stato dimostrato dalla scienza” è veramente una stupidaggine tipica di questi tempi d’ignoranza.

3) E' un fatto che molti abbiano visto in radicale opposizione la scienza e la fede. Che cosa pensa in proposito?

Nel mio libro, dimostro, o penso di dimostrare, che le difficoltà nei rapporti fra scienza e fede non scaturiscono dai risultati né della scienza né della fede in sé. I problemi sono invece tipicamente ermeneutici, in quanto derivanti dall’interpretazione che viene offerta dei risultati scientifici o dei testi sacri.

4) Quale impatto possono avere in teologia i principi di complementarità e di indeterminazione?

Per Einstein e i suoi seguaci, il principio d’indeterminazione è un principio epistemico, vale a dire l’indeterminazione viene data della nostra incapacità di misura. Invece per Bohr, nella cosiddetta interpretazione di Copenaghen, si tratta di un principio ontico, basato nella natura delle cose. Insomma, a mio avviso, i contrasti fra scienza e fede, quando sorgono, sono meramente ermeneutici, interpretativi, non già sostanziali.

Se si considera che i principi di complementarietà e di indeterminazione sono alla base principi interpretativi, non vedo come possano avere un impatto sulla teologia cristiana.

Lo stesso si può dire della possibilità di credere in Dio dopo aver aderito alle teorie quantistiche. Come dice in un suo libro Alfaro Drake, Dio è il signore dell’azzardo e, anche se si interpretassero le leggi quantistiche come aleatorie, il che non è necessario (vedi i modelli di Bohm chiamati dell’onda pilota), il posto per Dio esisterebbe in un mondo di propensioni, per usare l’espressione di Popper. Per tanti di noi, come per Einstein, Dio non gioca ai dadi.

By Fernando Di Mieri, Copyright DeUniverso © 2017.