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Un matematico accanto al padre della rivoluzione russa

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È nel mese di ottobre del 1917, con l'assalto al Palazzo d'Inverno, che si fa conicidere il momento fondamentale e di svolta della rivoluzione russa anche conosciuta, per il ruolo avuto da parte di Vladimir Il'ič Ul'janov, detto Lenin, rivoluzione bolscevica.

La forza ideologica, che diede vita al fuoco della rivoluzione, è da ricondurre al pensiero di Lenin in due distinte tappe. La prima con la svolta nel 1903 al II Congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR), tenutosi tra Bruxelles e Londra, ove i bolscevichi, ovvero i maggioritari, contro di menscevichi, cioè i minoritari, sostennero le tesi strategiche ed organizzative proposte da Lenin.

La seconda tappa, il 4 aprile del 1917 a Pietrogrado, con la conferenza del partito ormai bolscevico, ove Lenin presentò le dieci linee guida del partito per i mesi futuri, note come le Tesi di Aprile, che costituirono le idee forti che portarono al successo della Rivoluzione d'Ottobre e l'inizio dell'era Sovietica. Il passaggio, se dal punto di vista degli eventi, fu lieve e quasi impercettibile invece il balzo, dal punto di vista del pensiero, fu enorme. 

In quella circostanza fu siglato, con il cambio di denominazione del Partito da Socialdemocratico a Partito Comunista Russo (futuro PCUS), la fine del progetto politico unitario di tutte le forze socialiste europee della Seconda Internazionale e la nascita del Socialismo Reale, unica via per realizzare pienamente gli ideali comunisti. Fu, cosi, l'inizio di un percorso che lentamente avrebbe portato ad una biforcazione tra ideologia e pensiero socialdemocratico o socialiberale da quello comunista o socialismo reale.

Questo passaggio noetico cosi rapito ed irreversibile è direttamente documentato nell'opera scritta da Lenin nell'estate del 1917 a poche settimane dalla presa del poterete da parte dei Bolscevichi: Stato e rivoluzione (nuova edizione critica a cura di Tomás Krausx, Donzelli, Roma 2017, pp. 222, pz 25 €).

La stesura dell'ultimo capitolo, come si legge nel post scriptum del 30 novembre, viene rinviata ed il padre della rivoluzione annotava che è più piacevole ed utile fare la rivoluzione che scriverla.

In questo testo emerge l'idea di rivoluzione come "atto distruttivo e violento". Lenin segna in questo saggio il passaggio da una rivoluzione democratica, nell'ambito di una rivoluzione socialista europea, ad un processo distruttivo dello Stato che costituisce il fulcro della rivoluzione stessa con due imperativi incisivi: la revocabilità permanente dei rappresentanti da parte dei rappresentanti e il superamento della rappresentanza parlamentare con la sostituzione di un organo esecutivo e legislativo allo stesso tempo.

Nella prospettiva leninista si tratta della necessità di far sorgere una democrazia diretta che attui il sogno comunista di Marx e Engels dell'autogoverno dei produttori. In realtà, l'epilogo fu ben diverso: la nascita di una dittatura permanente legittimata dal consenso della  classe proletaria. L'ultimo capitolo del suo saggio, scritto dopo la fase estremamente violenta degli ultimi mesi del 1917, emerge la polemica stretta e feroce con Kautsky sulla svolta anti-parlamentare. Su questo punto i contemporanei d'allora si divisero: molti ritennerò che fosse solo momentanea. La storia, purtroppo, ha dimostrato che la scelta di Lenin fu permanente e lo stalinismo ne fu un conseguente epilogo. A riprova di tutto ciò, vi è un altro saggio leniniano: La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky (1918).

Un filosofo e matematico riuscì a comprendere tutto questo nel giro di pochi anni dalla rivoluzione. Si trattò del britannico Bertrand Russel.

Quest'oggi non voglio entrare nella complessa controversia del giudizio storico. La digressione iniziale ha avuto una funzione introduttiva offrendo alcune coordinate critico-storiche. Del resto, dalle giornate d'ottobre del 1917 sono ormai trascorsi 100 anni e quell'evento politico di fondamentale lettura per la comprensione di tutto il Novecento ne è rimasto un ricordo sbiadito e pallido sotto il peso del suo totale fallimento ideologico, sociale e politico.

Vorrei, invece, menzionare il ricordo dell'incontro nel 1920 tra Lenin e Russel.

Siamo nel maggio del 1920. Una delegazione diplomatica del governo britannico arriva a San Pietroburgo con lo scopo di osservare e studiare imparzialmente le condizioni economiche, politiche e sociali della nuova Russia a meno di tre anni dalla Rivoluzione Bolscevica dell'ottobre del 1917. Ne faceva parte Russell ed aveva usato tutta la sua influenza politica per poterne fare parte.

Russel, noto filosofo e matematico, distintosi per il suo omonimo paradosso, aveva dato un significativo contributo alla logica e alla teoria dei fondamenti in matematica. La svolta politica nella sua vita fu nel 1916 con l'inizio del suo impegno come attivista pacifista contro l'interventismo della Prima Guerra Mondiale. 

La pubblicazione del suo saggio Principi di riforma sociale nel 1916 gli costò la cattedra al Trinity College. Inizia, così, un lavoro intellettuale fatto di diverse pubblicazioni dal carattere politico ed etico. Gli valsero in poco tempo una certa stima ed autorevolezza in ambito accademico e culturale.

È in questo contesto fecondo e problematico della vita di Russel che matura l'incontro con Lenin. Lo stesso matematico, nel libro The Practive and Theory of Bolschevism, ci offre un resoconto dettagliato. Nelle riflessione del filosofo britannico emerge una chiara e progressiva critica evidenziando gli esiti totalitari della rivoluzione. L'incontro con Lenin è stato decisivo.

Vi riporto per intero il testo:

«Il vero comunista è un convinto internazionalista. A Lenin, per esempio, da quanto ho potuto giudicare, i problemi degli altri paesi non stanno meno a cuore di quelli della stessa Russia; la Russia è attualmente la protagonista della rivoluzione sociale, e, come tale, preziosa per il mondo, ma posto di fronte a una alternativa, Lenin sacrificherebbe la Russia piuttosto che la rivoluzione.

[...] Subito dopo il mio arrivo a Mosca ebbi una conversazione di un'ora con Lenin in inglese, lingua che egli parla abbastanza bene. C'era sì un interprete, ma praticamente non avemmo bisogno del suo aiuto. La stanza di Lenin è disadorna: vi è una grande scrivania, qualche carta geografica sulle pareti, due scaffali, due o tre semplici sedie e una comoda poltrona per gli ospiti. È evidente che non ama il lusso e neppure le comodità.

È molto amichevole, e apparentemente semplice, senz'ombra di hauteur. Se lo si incontrasse senza sapere chi è, non si immaginerebbe mai che abbia nelle sue mani un grande potere o che sia un personaggio importante. Non ho mai incontrato una personalità altrettanto priva di autoconsiderazione. Egli guarda i suoi ospiti molto da vicino, strizzando continuamente un occhio, il che sembra accrescere enormemente il potere di scavarti dentro dall'altro. Ride spesso e all'inizio il suo riso sembra amichevole e gaio, ma gradualmente sono arrivato a trovarlo piuttosto sinistro.

È dittatoriale, calmo, incapace di provare paura, straordinariamente privo di egoismo: una teoria personificata. Si avverte che la concezione materialistica della storia è la sua linfa vitale. Ricorda un professore nel desiderio di far capire la sua teoria e nella furia con coloro che la fraintendono o la disapprovano, come pure nella passione di spiegare».

Sono le poche ultime parole di questa dettagliata descrizione che fanno emergere la distanza. Nel volto dello statista, pur nella sua totale fedeltà ai suoi principi, si svela senza fronzoli l'anima del tiranno che esercita, con la forza della violenza, il potere di un pensiero che non ammette contraddittori ove l'oppositore assume sempre comunque l'aspetto di un nemico d'abbattere, annichilire ed annientare.

L'aspirazione ad una "democrazia più completa", come Lenin teorizza nel suo saggio Stato e Rivoluzione, passa attraverso la distruzione della democrazia imperfetta asservita ai principi del capitalismo. La visione di Lenin è più ampia rispetto la contingenza storica della svolta socialista Russa. È pronto a sacrificare l'intera Russia all'ideale comunista.

Russell avverte che in realtà l'ideologo comunista stava barattando un potere con un altro. Poneva le basi non tanto della distruzione bensì di trasferire da una mano all'altra la macchina militare e burocratica dello Stato. La svolta stalinista ne costituisce un coerente epilogo. L'ascesa al cielo di diversi strati indigiente del popolo russo aveva provocato la discesa agli inferi di altri. Alla fine si era sostituito un dominio con un altro ed barattato la democrazia "impefetta" con una tirannia "efficente". Il sogno leninista si sarebbe rivelato ben presto un illusione e il suo esperimento dannoso, sterile e destinato ad esaurisi entro il ristretto orizzonte di una dittatura probletaria sostituendo una sovrastruttura con un'altra per continuare un potere di dominio sui popoli.

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By Daniele D'Agostino, Copyright DeUniverso © 2017.