24
Dom, Set
1 New Articles

A 25 ANNI DALLA STRAGE DI CAPACI

Commenti
Typography

Il 23 maggio ricorre il 25mo anniversario dal terribile e tragico evento in cui i magistrati Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, insieme a tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, persero la vita in quello che alla storia è passato come la "Strage di Capaci". In realtà, la terrificante esplosione ebbe luogo per circa 100 metri sul territorio comunale dell'Isola delle Femmine all'imbocco dell'uscita di Capaci dell'autostrada A29.

Si trattò di un fatto storico che ebbe un impatto devastante per la vita civile dell'intero paese e che innesco una serie di altri avvenimenti che portarono alla fase stragista e terroristica di stampo mafioso contro lo Stato Italiano.

Sommario:
1. Le indagini ed i processi di Capaci e di Via D'Amelio2. I mandanti "occulti" e la trattativa tra mafia e stato-deviato3. Ricostruzione storica dei fatti di cronaca4. Lettura retrospettiva e politica del quadro storico
Approfondimenti.

 

1. LE INDAGINI ED I PROCESSI DI CAPACI E DI VIA D'AMELIO.
Le indagini da parte della DIA che si sono sviluppate intorno alle due grandi stragi sia quella di Capaci che di Via D'Amelio hanno evidenziato un preciso quadro storico dei fatti.

Sinteticamente vi riporto una breve sinossi che è possibile costruire attraverso la lettura degli atti dei processi ormai giunti al termine con sentenza passata in giudicato. Lunghe sono state le indagini ed altrettanto i processi. Il lungo lavoro investigativo e poi processuale ha portato ad una serie di verità storiche. Sono stati individuati sia gli esecutori materiali che i mandanti diretti della strage annoverando in prima fila proprio il noto boss Totò Riina condannato in via definitiva all'ergastolo.

I filoni delle indagini per Falcone sono stati essenzialmente tre.

In primis, nel 1993 fu avviata la prima inchiesta cosi detta "Capaci uno". Con l'arresto di Antonio Gioè, poi morto suicida in carcere, di Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera inizio una lunga azione investigativa che portò all'individuazione degli esecutori materiali. La collaborazione di Di Matteo fu preziosa per rivelare diversi dettagli sul come era stato eseguito l'attentato e le finalità che Cosa Nostra si prefiggeva nel perseguire un tale obiettivo. Neanche l'assassinio del piccolo Giuseppe, figlioletto di Santino Di Matteo, fermò la collaborazione con i magistrati. Il bambino fu rapito dietro l'ordine di Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. Dopo 779 giorni di prigionia il bambino venne barbaramente assassinato: fu brutalmente strangolato e sciolto nell'acido.

Il giovane Giuseppe Di Matteo ucciso dalla mafia

Il giovani Giuseppe Di Matteo ucciso dalla mafia.

Solo nel 2008 la prima sezione penale della Corte di Cassazione confermò la sentenza in via definitiva della Corte d'Assise d'Appello di Catania che, nel frattempo, nel luglio del 2003, aveva riunito in un unico procedimento una parte importante del processo sulla "Strage di Capaci" e lo stralcio di quello che venne chiamato "Borsellino ter". L'unificazione delle due inchieste si rese necessaria in quanto entrambe avevano dei comuni imputati.

Nel 2008, a seguito delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gasparre Spatuzza (ex mafioso di Brancaccio), venne aperto un nuovo filone d'indagine: "Capaci-bis". Questa seconda inchiesta ha avuto il merito di comprendere la dinamica con cui si era giunti alla decisione d'assassinare i due magistrati scomodi Falcone e Borsellino. Venne chiarito il ruolo di Salvatore Madonia e della "Commissione provinciale" di Cosa Nostra in qualità di reggente del "mandamento" di Resuttana.

A questi due grossi filoni d'indagine se ne aggiunse fin da subito un terzo. Nel 1993 la Procura di Caltanissetta aprì un fascicolo per accertare le eventuali responsabilità esterne alla strage di Capaci e di Via D'Amelio. Si trattava di individuare i cosi detti "mandanti occulti" o "a volto coperto". Tra il 1998 e il 2002 furono iscritti sul registro degli indagati diversi imprenditori tra cui anche la persona dell'On. Silvio Berlusconi e del Dott. Marcello Dell'Utri. I loro nomi furono portati a conoscenza dei magistrati da parte del collaboratore di giustizia Salvatore Cangemi. Nel 2002, il G.I.P. archivio l'inchiesta su entrambi gli indagati in quanto dall'azione investigativa non erano emersi elementi che potessero confermare le dichiarazioni di Cangemi.

Nel 2013, infine, l'intera inchiesta venne archiviata non avendo individuato alcun elemento rilevante che consentisse il prosieguo dell'azione investigativa e processuale. Lo stesso Dott. Sergio Lari, Procuratore di Caltanissetta, in un'intervista rilasciata al Giornale di Sicilia nell'aprile del 2012 cosi si pronunciava:

«Da questa indagine non emerge la partecipazione alla Strage di Capaci di soggetti esterni a Cosa nostra. La mafia non prende ordini e dall'inchiesta non vengono fuori mandanti esterni. Possono esserci soggetti che hanno stretto alleanze con Cosa nostra ed alcune presenze inquietanti sono emerse nell'inchiesta sull'eccidio di Via D'Amelio: ma in questa indagine non posso parlare di mandanti esterni».

L'indagine ed i processi, invece, della "Strage di via D'Amelio" sono stati molto più articolati. Possiamo parlare di ben quattro distinti filoni: "Borsellino uno" (avviato nel 1993), "Borsellino bis" (iniziato nel 1996 in cui venne rinviato a giudizio Salvatore Rina e condannato in via definitiva solo nel 2003 con la sentenza della Corte di Cassazione), "Borsellino ter" (iniziato nel 1998 e fu riunito, nel luglio del 2003 dalla Procura di Catania, con il procedimento della "Strage di Capaci" formando un unica inchiesta) ed infine "Borsellino quater" (avviato nel 2008).

[torna all'inizio]

2. I MANDANTI "OCCULTI" E LA TRATTATIVA TRA MAFIA E STATO-DEVIATO.
Anche le indagini sull'assassinio di Borsellino entrarono a far parte del fascicolo della Procura di Caltassinetta aperto nel 1993 relativo ai "mandanti occulti"
. Nel 2006, infatti, la Procura apri un ulteriore fascicolo relativo alla scomparsa dell'agenda rossa del giudice Borsellino. È utile rilevare che della scomparsa dell'agenda fu accusato il capitano dei carabineri il Dott. Giovanni Arcangioli. Nel 2008 il G.I.P. lo incriminò per furto dell'agenda chiendone il rinvio a giudizio. Il G.U.P. rigettò la richiesta sostenendo che le prove a carico del capitano (che nel frattempo era stato nominato Colonello) non fossero sufficineti. Infatti, la borsa prima di essere consegnata ai magistrati (Teresi-Ayala) rimase per quattro mesi in custodia presso la squadra mobile di Palermo senza essere aperta. Ne conseguiva che chiunque avrebbe potuto sottrare l'agenda in un momento successivo. Lo stesso agente Antonio Vullo, sopravvissuto alla strage, testimoniò che nel momento dell'attentato l'agenda era in possesso di Borsellino e, dunque, era altamente probabile che fosse andata distrutta.

Generale Mario Mori

Il particolare dell'agenda non è del tutto casuale avendo attirato l'attenzione dei magistrati e dei giornalisti. Infatti, dalle testimonianze dell'ex ministro Claudio Martelli (2009) e della Dott.ssa Liliana Ferraro (ex-vice direttore degli affari penali presso Ministero di Giustizia) risulta che il colonello dei carabinieri Dott. Mario Mori avesse chiesto una "copertura politica" per i suoi contatti con Vito Ciancimino allo scopo di porre fine alle stragi.

La stessa Ferraro dichiarò in sede di testimonianza di averne parlato direttamente con Borsellino il quale dimostrò di essere informato sugli incontri tra Ciancimino e gli Ufficiali dell'Arma dei Carabinieri. Dai documenti dell'inchiesta si evince che quando Borselino ebbe modo di incontrare il Col. Mario Mori ed il Cap. Giuseppe De Donno non fece alcun cenno alle informazioni ricevute da Ferraro e si limitò a discutere sulle indagini dell'inchiesta "mafia ed appalti". Questo è quanto risulta dalle dichiarazioni di Mori e De Donna facendo riferimento ad un incontro con il magistrato il 25 giugno 1992 circa un mese prima che venisse ucciso.

Un particolare che va evidenziato è la dichiarazione della vedova del magistrato, la Sig.ra Agnese Piraino Leto, che riferiva il contenuto di una conversazione avuta con suo marito qualche giorno prima di essere assinato nella quale le confidava che il generale dei carabinieri Dott. Antonio Subranni, diretto superiore del Col. Mori, era vicino ad ambienti mafiosi e che componenti deviate dello Stato avessero diretti contatti con i vertici dell'organizzazione mafiosa.

Dalle dichiarazioni rilasciate dai due collaboratori di giustizia, Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca, durante il processo "Borsellino ter" (si veda il testo della sentenza) risultava che Salvatore Riina chiese di sospendere la preparazione dell'attentano contro l'On. Cologero Mannino e di accellerare il progetto d'assassinio del magistrato Borsellino e di farlo in modo eclatante (si veda l'audizione del Procutore Sergio Lari dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafica della XVI Legislatura).

Qual'è, in estrema sintesi, il quadro storico che portò all'assasinio dei due alti magistrati?

[torna all'inizio]

3. RICOSTRUZIONE STORICA DEI FATTI DI CRONACA.
Tra la prima metà di settembre fino alla seconda meta d'ottobre del 1991
si tennero sul territorio della provincia di Enna una serie di riunione della "Commissione regionale" di Cosa Nostra presieduta dal boss Salvatore Riina. In quelle circostanze sembra che venne deciso di iniziare una strategia di terrore contro lo Stato Italiano attraverso azioni estremamente violente ed eclatanti che avrebbero dovuto colpire rappresentanti importanti delle istituzioni politiche ed dell'amministrazione pubblica.

In una serie di riunioni intercorse alla fine del 1991 della "Commissione provinciale" sempre presieduta da Riina si definire la strategia eversiva che aveva come unico obiettivo di allentare la morsa dell'azione repressiva dello Stato e regolare una serie di conti rimasti in sospeso con componenti dello Stato scomodi non solo alla criminalità ma anche a parti deviate dello Stato sia a livello politico che della pubblica amministrazione.

Dalla ricostruzione fatta a più voci la strategia di Riina si presentava effetivamente eversiva e stragista.

Totò Rina

Obiettivo principale sembra che fosse il Presidente del Consiglio, l'On. Giulio Andretto. La persona di Andreotti si presentava impossibile da colpire direttamente in quanto troppo protetta ed irraggiungibile. Per queste ragioni si decise di ripiegare l'azione sul capo della corrente andreottiana in Sicilia: l'On. Salvo Lima. La sua uccisione avrebbe dovuto essere anche un messaggio ai politici nazionali. Colpendolo alla vigilia delle elezioni, il 12 marzo del 1992,  ci si prefiggeva l'obiettivo di far pervenire una missiva alla corrente democristiana da lui guidata in Sicilia di non essere più in grado di tutelare a livello centrale gli interessi delle cosche mafiose e soprattutto di evidenziare il fallimento del tentativo di "aggiustamento", all'inizio del 1992, del maxiprocesso in cui il ruolo di Falcone e Borselino insieme ad altri magistrati del pole di Palermo fu determinante.

A questo primo obiettivo se ne aggiunse un secondo con l'assassinio del maresciallo Guazzelli (4 aprile 1992): ucciso sulla strada di Agrigento-Porto Empedocle. Il delitto fu rivendicato con la sigla "Falange Armata" appositamente scelta a cui verranno attributi quasi tutti i successivi attentati ed azioni eversive.

Lo scopo di questa seconda azione violenta era di intimidire ancora di più l'apparato politico ed amministrativo.

Infatti, il maresciallo Guazzelli, nel periodo successivo all'assassinio Lima, fu il tramite tra l'On. Maninno, Ministro del Mezzogiorno nel VII Governo Andreotti, e il Gen. Antonio Subranni, comandante del ROS e diretto superiore - come ho gà evidenziato - del Col. Mori. Infatti, Mannino aveva subito un'intimidazione mafiosa, avendo ricevuto una ghirlanda funeraria, e temeva per la sua vita.

Il 23 maggio, come si sa, vi fu la strage di Falcone. Fu un atto di vendetta per il suo lavoro di magistrato ma, dalle ricostruzioni fatte postume, fu anche l'eliminazione di uno scomodo personaggio che aveva ben chiaro il quadro della fitta rete di legami tra i vertici mafiosi, politici e funzionari dello Stato. L'eclatanza delle modalità del suo assassinio aveva, inoltre, lo scopo di esercitare un'azione intimidatoria nei confronti dello Stato stesso.

La risposta dello Stato, in questa fase confusa e concitata, non si lasciò attendere. L'8 giugno 1992, il Consiglio dei Ministri approvò il decreto-legge "Scotti-Martelli" (detto anche "decreto Falcone") che introduceva l'articolo 41-bis, ovvero il carcere duro riservato ai delitti mafiosi. Risalgono a questo periodo gli incontri interlocutori tra Ciancimino e gli Ufficiali dei Carabinieri (il Cap. De Donno). Di questo ne è testimone diretto il figlio di Ciancimino: Massimo. Ciancimino contattò Totò Riina per il tramite del medico Antonio Cinà. Gli incontri si infittirono anche per il tramite di un maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta che prese contatto con Antonino Gioè (capo della famiglia di Altofonte) tramite Paolo Bellini (ex terrorista nero e confidente del SISMI). Il maresciallo informò Mori che, a sua volta, trasmise le informazioni al Gen. Subranni.

Come già evidenziato sopra, il Cap. De Donno incontrò la Dott.ssa Liliana Ferraro a Roma alla fine del giugno 1992 per chiedere la copertura politica sul rapporto di collaborazione di Ciancimino. Il 28 giugno lo stesso Borsellino si vedeva con la Dott.ssa Ferraro che lo informava dell'incontro con il capitano dei carabinieri. Nel medesimo giorno si insediava il I Governo Amato e veniva nominato l'On. Nicola Mancino in qualità di Ministro degli Interni sostituendo l'On. Scotti.

È alla fine di giugno che i diversi collaboratori di giustizia parlano di un "papello" mostrato da Riina a Salvatore Cancemi con cui si avanzavano una serie di richieste allo Stato Italiano per far terminare la stagioni delle stragi.

L'1 luglio 1992 Borsellino incontrava a Roma il Ministro Mancino. Il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo incontrò il magistrato subito dopo e gli parve visibilmente turbato. Dalle ricostruzioni giornalisti, è possibile ipotizzare che Mancino gli abbia chiesto di allentare la morsa dell'indagine contro gli assassini di Falcone. Queste richiesta del Ministro diventava per il magistrato una conferma dei forti sospetti di connivenza con i vertici mafiosi nei confronti di alcune eminenze grigie dell'apparato statale.

Borsellino, diventava un testimone scomodo ed un pericolo per la continuazione delle trattative e per questa ragione che Riina diede ordini di procedere quanto prima alla sua eliminazione anticipando il suo attentato a quello dell'On. Mannino anch'egli, per altri motivi, inserito in questa lista nera della mafia siciliana.

Fin qui possiamo dire ci portano i fatti. Adesso vi offro delle letture retrospettive di ordine politico.

[torna all'inizio]

4. LETTURA RETROSPETTIVA E POLITICA DEL QUADRO STORICO.
Il successo di quella trattativa mafia-stato, mai confermata e mai totalmente smentita, ha portato alla fine del 41-bis con la revota dei 121 decreti di sottoposizione al regime carcerario duro tra marzo e maggio del 1993, circa 2 mesi dopo l'arresto di Riina a Palermo ad opera del ROS comandato dal Col. Mori e dal Gen. Delfino subentrato a Subranni.

La mafia dalla lotta contro lo Stato ne esce sostanzialmente ridimensionata rispetto alle altre organizzazioni criminali operanti sul territorio italiano. Ha perso il predominio sul mercato della droga e delle armi. Riina è diventato il boss più detestato tra le cosche mafiose per il sostanziale fallimento della sua strategia stragista. Una nuova forza si è adata affemandosi dalla fine degli anni '90 ad oggi: 'ndrangheta calabrese.

Anche qui vediamo un forte connubio tra criminialità-politica-amministrazione pubblica. La differenza è che le 'ndrine sono composte da politici ed amministratori pubblici che le guidano. Persone apparentemente per bene ma capaci di violenza efferata e di penetrare con molta intelligenza le strutture molli dell'apparato statale italiano alimentando corruzione e clientelismo al fine di favorire i propri affari illeciti.

Le 'ndrine hanno il vantaggio rispetto alle cosche mafiose dei forti legami di sangue tra i membri. Infatti, è difficile trovare tanti collaboratori di giustizia come in Sicilia. La lotta contro la 'ndrine, come ha dato prova il Procuratore Aggiunto il Dott. Nicola Grateri, è possibile e porta a dei risultati.

nicola gratteri

La fine di questa guerra, come auspicata da Giovanni Falcone, sembra ancora lontana ma la strada del successo è stata delineata.

Occorre avere coraggio: aggredire con violenza le risorse economiche della criminalità organizzata, riprendere il rigore del 41-bis, favorire la collaborazione della società civile per riprendere il controllo del territorio...

Ma la cosa più difficile tuttavia, a mio avviso, ago della bilancia che determinerà veramente il successo: spezzare questo legame tra criminalità, componenti dello stato deviato e amministrazioni corrotte. La politica nazionale dovrebbe prendere in seria considerazione la necessità di superare una logica clientelare del Sud ed aiutare e sosestere gli uomini di Stato come Gratteri. Nessun politico, per quanto animato da un fine giusto, può consentire di isolare politicamente servitori dello Stato che quotidianamente rischiano la vita nella lotta alla criminialità organizzata. Isolarli significa condannarli ad una sicura morte. Il caso di Falcone e Borsellino dovrebbe da questo punto di vista essere d'insegnamento.

Esecutori materiali e mandanti sono i primi responsabili sia sul piano penale che su quello morale dell'azione criminosa ma non possiamo escludere neanche chi con le sue connivenze o azioni politiche abbia emarginato ed isolato creando il terreno fertile per l'azione violenta dell'omicidio. Sicuramente questi ultimi non risponderanno di tutto ciò penalmente, tuttavia mantengono una rilevante responsabilità politica e morale.

Di fatto, più che l'investimento di risorse in termini di mezzi ed uomini, a fare, sempre, la differenza è la volontà politica: il consenso civile per la promozione del bene comune.

[torna all'inizio]

By Daniele D'Agostino, Copyright DeUniverso © 2017.

 

Approfondimenti:
Intervista del Proc. Agg. Dott. Nicola Grateri a Mix24 - Faccia a Faccia di Radio24 del gruppo "Il Sole24Ore", cliccando qui.