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CERVELLO E VIOLENZA: COME PREVENIRE IL CRIMINE?

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Sicuramente molti di voi hanno visto il film Minority Report di Steven Spilberg con Tom Cruise del 2002.

Il film proiettava lo spettatore in un lontano 2045 dove nella città di Washington D.C. erano stati cancellati da 6 anni gli omicidi grazie ad un sistema giuridico ed investigativo chiamato “Pre-crimine”. Grazie a tre individui dotati di facoltà extrasensoriali di precognizione, detti Precog, la polizia riusciva a impedire gli omicidi prima che accadessero ed arrestare i “potenziali” assassini, rei di un crimine che non avevano ancora commesso.

Si tratta di fantascienza. Tuttavia il sapere umano ed in modo particolare quello neuroscientifico, anche per via del tutto ipotetica, sta accorciando questa distanza tra fiction e realtà.

Con questo articolo, vogliamo interrogarci sulle diverse cause che conducono un individuo alla violenza ed al crimini contro i propri simili uccidendoli o violentandoli fisicamente in diversi modi od esercitando indebite azioni psicologiche coercitive e denigratorie (p.e: stalking, bullsimo...).

Cosa spinge un uomo alla violenza? Ed, a volte, ad una violenza sadica: il piacere di infliggere un dolore fisico ad un proprio simile? Vi è una propensione maggiore alla violenza da parte di alcuni individui sulla base di differenze biologiche (p.e. una diversa morfologia celebrare) o su base ereditaria?

 
A sinistra Cesare Lombroso e a destra Adrian Raine

Rispondere scientificamente a questa domanda, come si può notare, con assoluta evidenzia, può implicare conseguenze pratiche sulla restrizione della liberta personale di alcuni individui. Si potrebbe, in via del tutto ipotetica, pensare che individui, bollati come “potenziali criminali”, possano subire un trattamento “speciale” dal sistema giudiziario.

Con queste considerazioni, ci troviamo lungo una nuova frontiera del sapere umano che è appunto la neurocriminologia.

Voglio abbozzare alcune risposte a queste domande riprendendo la lectio magistralis Adrian Raine al Brain Forum di marzo 2016.

Il Professore Raine, docente dell’Università di Pennsylvania, si occupa di psichiatria e criminologia. Recentemente ha pubblicato anche in Italia un libro L’Anatomia della violenza (Mondatori Università, 2016) con cui raccoglie i risultati della sua decennale ricerca sul rapporto tra comportamenti violenti e criminali e la morfologia del cervello.

Si inserisce in un filone della ricerca che trova il suo antesignano in Cesare Lombroso, uno dei padri della criminologia ottocentesca italiana.

Lombroso, fu ingiustamente messo da parte, per le sue teorie positiviste, etichettando le sue tesi eugenetiche pur essendo ebreo. Recenti studi ne hanno profondamente riabilitato la sua persona, sia come scienziato e criminologo sia come uomo del suo tempo affascinato dai nuovi metodi che la scienza moderna offriva nei suoi fecondi albori (si veda I. CIANI e G. CAMPIONI, La scienza infelice di Cesare Lombrosi in G. ANTONUCCI, I pregiudizi e la conoscenza critica alla psichiatria, cliccando qui).

Le ricerche di Raine pongono le basi scientifiche per una correlazione tra comportamento criminale ed individui che hanno, a causa di diversi fattori, una certa predisposizione alla violenza fisica.

Cerchiamo brevemente di riprendere i risultati di questa ricerca.

Sicuramente molti di voi hanno visto il film Minority Report di Steven Spilberg con Tom Cruise del 2002.

Il film proiettava lo spettatore in un lontano 2045 dove nella città di Washington D.C. erano stati cancellati da 6 anni gli omicidi grazie ad un sistema giuridico ed investigativo chiamato “Pre-crimine”. Grazie a tre individui dotati di facoltà extrasensoriali di precognizione, detti Precog, la polizia riusciva a impedire gli omicidi prima che accadessero ed arrestare i “potenziali” assassini, rei di un crimine che non avevano ancora commesso.

Si tratta di fantascienza. Tuttavia il sapere umano ed in modo particolare quello neuroscientifico, anche per via del tutto ipotetica, sta accorciando questa distanza tra fiction e realtà.

Con questo articolo, vogliamo interrogarci sulle diverse cause che conducono un individuo alla violenza ed al crimini contro i propri simili uccidendoli o violentandoli fisicamente in diversi modi od esercitando indebite azioni psicologiche coercitive e denigratorie (p.e: stalking, bullsimo...).

Cosa spinge un uomo alla violenza? Ed, a volte, ad una violenza sadica: il piacere di infliggere un dolore fisico ad un proprio simile? Vi è una propensione maggiore alla violenza da parte di alcuni individui sulla base di differenze biologiche (p.e. una diversa morfologia celebrare) o su base ereditaria?

 
A sinistra Cesare Lombroso e a destra Adrian Raine

Rispondere scientificamente a questa domanda, come si può notare, con assoluta evidenzia, può implicare conseguenze pratiche sulla restrizione della liberta personale di alcuni individui. Si potrebbe, in via del tutto ipotetica, pensare che individui, bollati come “potenziali criminali”, possano subire un trattamento “speciale” dal sistema giudiziario.

Con queste considerazioni, ci troviamo lungo una nuova frontiera del sapere umano che è appunto la neurocriminologia.

Voglio abbozzare alcune risposte a queste domande riprendendo la lectio magistralis Adrian Raine al Brain Forum di marzo 2016.

Il Professore Raine, docente dell’Università di Pennsylvania, si occupa di psichiatria e criminologia. Recentemente ha pubblicato anche in Italia un libro L’Anatomia della violenza (Mondatori Università, 2016) con cui raccoglie i risultati della sua decennale ricerca sul rapporto tra comportamenti violenti e criminali e la morfologia del cervello.

Si inserisce in un filone della ricerca che trova il suo antesignano in Cesare Lombroso, uno dei padri della criminologia ottocentesca italiana.

Lombroso, fu ingiustamente messo da parte, per le sue teorie positiviste, etichettando le sue tesi eugenetiche pur essendo ebreo. Recenti studi ne hanno profondamente riabilitato la sua persona, sia come scienziato e criminologo sia come uomo del suo tempo affascinato dai nuovi metodi che la scienza moderna offriva nei suoi fecondi albori (si veda I. CIANI e G. CAMPIONI, La scienza infelice di Cesare Lombrosi in G. ANTONUCCI, I pregiudizi e la conoscenza critica alla psichiatria, cliccando qui).

Le ricerche di Raine pongono le basi scientifiche per una correlazione tra comportamento criminale ed individui che hanno, a causa di diversi fattori, una certa predisposizione alla violenza fisica.

Cerchiamo brevemente di riprendere i risultati di questa ricerca.

PRESENTAZIONE IN ESTREMA SINTESI DEI RISULTATI DELLA RICERCA DEL PROF. RAINE

La conclusione a cui arriva Raine è ben delineata con chiarezza. Sappiamo con relativa sicurezza che il comportamento criminale violento non è causato solamente dall’ambiente sfavorevole (genitori, abitazione, vicinato, amicizie…) bensì ha anche alla base «un cattivo funzionamento del cervello a livello biologico».

Il ricercatore, d’origine inglese, non ha dubbi che questa dichiarazione scientifica è stata per molti anni contrastata e rifiutata dagli studi di sociologia e criminologia. Oggi, tuttavia, sulla base dei nuovi strumenti d’indagine forniti dalle neuroscienze è possibili arrivare a questa conclusione: vi è un correlato tra criminale e mal funzionamento del suo cervello.

Lo stesso professore, tuttavia, invita all’estrema cautela. Infatti, lui stesso dichiara che «Siamo solo all’inizio. La sfida futura e più importante sarà per la ricerca quella di individuare i diversi processi sociali che danno origine al malfunzionamento biologico del cervello».

Gli studi di Raine si basano sulla comparazione della morfologia celebrare di diversi assassini con soggetti normali attraverso la tecnica del brain imaging. La sua tesi scientifica è corroborata dalla caratteristica del cervello umano di mantenere una certa plasticità in età evolutiva per poi decadere esponenzialmente in età adulta con l’andare degli anni.

 

Un esempio di un'immagine del cervello umano ripresa con la tecnica del brain imaging

 

Infatti, dagli studi condotti dal suo gruppo di ricerca i bambini malnutriti sono maggiormente esposti al rischio di commettere crimini violenti. Inoltre, un ambiente deprivato influisce negativamente sul cervello. L’esperimento fatto su un gruppo di ragazzi ha mostrato che questi due fattori, grazie alla plasticità del cervello, è possibili renderli reversibili.

È stato modificato per 24 mesi l’ambiente in cui erano vissuti un gruppo di bambini fino a tre anni. Si è dato cibo migliore, fatto svolgere esercizi fisici e fornito maggiori stimoli cognitivi. Il risultato, confrontandolo con un secondo gruppo di bambini lasciati in un ambiente deprivativo, è stato sorprendente.

In un’analisi dopo 8 anni, il gruppo, che era stato arricchito, presentava nei singoli soggetti un miglior funzionamento celebrale e un livello alto d’attenzione. La medesima analisi condotta all’età di 23 anni evidenziava che il gruppo “privilegiato”, complessivamente, registrava il 34% in meno di crimini commessi.

In fine, dallo studio su 1.795 bambini di tre anni all’interno di gruppi tra loro omogeni sono stati individuati alcuni indicatori o marker biologici che sembrano a livello di gruppo predire la tendenza a commettere crimini violenti. Alcuni di questi marker sono il battito cardiaco a riposo, la quantità di sudorazione prima e dopo la punizione. Sono marcatori che evidenziano un basso livello di paura rispetto alla popolazione normale.

Lo studio di Raine si concentra sia ad un livello genetico ed epigenetico sia morfologico del cervello. Questa seconda aspetto vi è un richiamo, a nostro parere, più retorico che reale alle teorie di Cesare Lombroso.

Attraverso le tecniche di analisi a livello di genetica molecolare, Raine ha individuato un gene mutato “Mao-A” che interferisce sul funzionamento di alcuni neurotrasmettitori, la serotonina e la dopamina, che sono direttamente collegabili ai comportamenti antisociale o criminali. In questo studio genetico individua anche altri geni: 5htt62, Drd263, Dat164 e Drd465.

Inoltre, attraverso risonanza magnetica funzionale fatta su diversi criminali ha rilevato un mal funzionamento di alcune parti del cervello od una diversa morfologia: lo sviluppo incompleto della corteccia prefrontale, mal funzionamento della corteccia cingolata posteriore ed, infine, disfunzioni per amigdala e ippocampo.

Altro fatto è quello epigenetico legati ai costumi alimentari delle madri incinte. Infatti, le madri con cattiva nutrizione aumentano di due volte e mezzo il rischio di avere bambini più aggressivi. Così come l’uso solo una tantum in gravidanza di alcool e fumo aumenta il rischio di duo o tre volte.

Lo scenario che si viene a prospettare è quello, in parte inquietante, paventato dalla fantascienza con il film di Minority Report?

Su questo secondo aspetto, è apparso interessante il dibattito della tavola rotonda seguito alla lectio magistralis del Brain Forum di marzo.

TAVOLA ROTONDA SEGUITA ALLA LECTIO MAGISTRALI DEL PROF. RAINE

Vorrei, in estrema sintesi, riprendere l’intuizione di Amedeo Santosuosso, su Lombroso. Evidenziava che il grande merito dello scienziato italiano era di aver spostato l’attenzione della ricerca giuridica dal reato, come entità astratta, al reo. È vero che le ricerche sono datate ed diversi risultati scientifici superati, tuttavia la tesi di fondo rimane assolutamente valida.

È quello che a saputo fare Raine ed è quello che sta accadendo con i risultati delle ricerche neuroscientifiche in generale anche nell’ambito della criminologia.

Al centro vi è la persona che nonostante, a volte, l’efferata violenza non può essere considerata una “macchina guasta”. Anche al reo di gravi crimini deve essere concessa la possibilità di pentirsi e di rinserimento in società.

Da questo punto di vista le neuroscienze posso essere d’aiuto sia nel ridimensionare la responsabilità del reo, in taluni casi, sia nell’azione di recupero. Gli studi statistici, del resto, evidenziano come il tasso di recidiva migliora con un sistema carcerario più efficiente.

Inoltre, dalle risultanze dello studio di Raine si può ulteriormente comprovare l’importanza della prevenzione. Diagnosticare tempestivamente, attraverso una serie di marker, il rischio d’alta probabilità a delinquere di alcuni soggetti, può essere utile per azioni di prevenzione e correzione prima del verificarsi di omicidi o gravi violenze fisiche.

Ad esempio, una dieta ricca di omega 3 ha dimostrato nei soggetti osservati una diminuzione complessiva di comportamenti aggressivi.

Vi sono dati incoraggianti, cosi come riportati da Marco Marchetti, criminologo, sull’andamento complessivo degli omicidi a livello mondiale: vi è una curva in costante ed in continuo calo.

La scienza con la sua ricerca non può che essere d’aiuto nel comprendere il fenomeno criminale. Un fenomeno che va osservato almeno attraverso tre distinte prospettive: genetico, ambientale e epigenetico, soprattutto nell’età evolutiva. Questo è quanto evidenziato da Edoardo Boccinelli.

Potremmo, infine, dire che la violenza umana, che per modalità e caratteristiche andrebbe trattata come “rara malattia complessa”. Così riflette Giancarlo Comi, nel commentare il caso Donta Page riportato da Raine.

Il comportamento abnorme, nel caso di un crimine come l’omicidio, violenza irrituale e feroce, è il risultato di diversi fattori.  Nella quotidianità e nella maggior parte dei casi, non è un fattore unico rilevante a determinare una condotta violenta ma è il risultato di più concause sia biologiche che sociali.

C’è una forte relazione causale tra mente e cervello ed il sapere neuro-scientifico ci aiuto a comprenderlo meglio. Tuttavia le scelte che dalla riflessione scientifica possono conseguire sono un ulteriore passaggio che necessita considerazioni su livelli diversi: filosofico-morale e giuridico-politico.  Ciò impone delle scelte operative sempre perfettibili.

Dovremo sicuramente accettare il fatto che sempre più il sapere neuroscientifico sarà di aiuto ai sistemi giuridici nazionali. Si pensi che dal 2005 al 2012 negli Stati Uniti sono stati usati 1.585 perizie di neuroscienziati dai difensori di criminali per supportare le loro difese (si veda lo studio di Nita A. Farahany pubblicato su Journal of Law and the Biosciences, cliccando qui).

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Prima di chiudere questo resoconto, mi sembra opportuno soffermarmi sulla nozione classica di natura così come viene ripresa da Aristotele nel De Cœlo (III, 2, 301a 7-9). Egli afferma che “natura” è ciò che si manifesta all’intelletto «per il maggior tempo e per il maggior numero dei casi».

Lo Stagirita, pur rimanendo nella sua indagine solo ad un livello osservativo, evidenzia che non esiste un concetto di natura dato in modo definitivo. Esso si evolve con il cambiamento delle nostre conoscenze: con la maggiore consapevolezza che noi acquisiamo nel comprendere un fenomeno in natura dai fattori che lo determinano e lo causano.

Non esiste una natura data bensì un mistero che progressivamente si rivela e si svela e ci aiuta a rinnovare sempre la nostra prospettiva di comprensione e conseguentemente d’azione. In quest’ottica ogni sistema etico e giuridico-politico si evolve pur mantenendo in esso alcune costanti stabili. Una di queste costanti è sicuramente la dignità e il valore dell’individuo umano a prescindere dalla sua storia e delle sue azioni umane.

Ritengo che lo studio di Raine, lungo il solco di Cesare Lombroso, rimane fedele.

Per poter rivedere l’evento del Brain Forum di marzo 2016, cliccate qui.

Si può anche ascoltare l’intervista su Radio3 Scienza di Adrian Raine, cliccando qui.

By Daniele D’Agostino, DeUniverso © 2016.