24
Dom, Set
1 New Articles

KEITH HARING A MILANO, ESPERIENZA "TOTALE"

commenti
Typography

Colori e forme dell'attivismo umanitario di Haring, anello di congiunzione tra epoche e stili

Descrivere a parole una mostra può essere riduttivo e, certamente, non paragonabile all’esperienza diretta di visitarla, senza contare che, tra l’altro, opere come quelle di Haring non nascono per essere “messe in mostra” in sedi istituzionali ma, per lo più, viste e vissute nella loro location naturale, la strada. Per questo il mio “racconto” verterà più sull’esperienza in sé che sull’esposizione tout court, di cui, comunque, parleremo per contestualizzare il discorso ed invogliare chi, ancora per qualche settimana, avesse intenzione di visitarla. Intanto va detto che la mostra su Keith Haring a Palazzo Reale a Milano, è stata inaugurata il 21 febbraio scorso e sarà aperta fino al 18 giugno, segno evidente dell’importanza e l’esclusività di questa rassegna, occasione davvero da non perdere. L’esposizione presenta 110 opere, molte di dimensioni monumentali, alcune delle quali inedite o mai esposte in Italia e tutte, ovviamente, originali. Alle opere dell’autore americano sono, a volte, affiancate copie di opere di altri artisti di ogni epoca che hanno un qualche legame con le creazioni di Haring; egli, infatti, prendeva spesso spunto dall’esistente, dall’arte che lo ha preceduto, come con Bosch, Pollock, Klee e chi più ne ha, più ne metta.

L’assunto su cui ruota la mostra, infatti, è proprio questo: «la lettura retrospettiva dell’opera di Haring non è corretta se non è vista anche alla luce della storia delle arti che egli ha compreso e collocato al centro del suo lavoro, assimilandola fino a integrarla esplicitamente nei suoi dipinti e costruendo in questo modo la parte più significativa della sua ricerca estetica».

Innanzitutto va detto che entrando a Palazzo Reale ci si immerge improvvisamente in una sorta di sogno fatto di simboli, segni, richiami e suggestioni che rendono l’esperienza davvero totale e totalizzante. Forse non tutti lo sanno, ma Keith Haring è stato uno dei più importanti autori della seconda metà del Novecento e, se visto per quello che è davvero e non come un “graffitaro” come moltissime persone, ingenuamente, lo conoscono per i suoi “pupazzetti colorati”, si può affermare che la sua arte è l’espressione di una controcultura socialmente e politicamente impegnata su temi propri del suo e del nostro tempo: droga, razzismo, Aids, minaccia nucleare, alienazione giovanile, discriminazione delle minoranze, arroganza del potere che ne hanno fatto un vero attivista, oltre che un artista eccelso.

Dicevamo dell’ingresso nel “mondo onirico” di Haring, che grazie ai continui rimandi alle opere di ogni epoca che l’artista ha utilizzato e preso come spunto nella sua breve ma intensissima carriera, diventa una vera e propria esperienza narrativa e se ne esce colpiti, ma mai con malinconia e tristezza, nonostante i temi forti toccati. Il colore che domina le sue opere, infatti, ha il potere di farci pensare senza adombrarci, permettendo, forse, per questo, di ragionare sui singoli temi senza provare emozioni negative.

Questo forte contrasto tra la bellezza e la luminosità dei suoi dipinti e delle sue sculture/creazioni e i temi “pesanti” trattati, infatti, è ciò che più caratterizza l’arte di Haring. Sarebbe riduttivo fermarsi all’aspetto puramente estetico. Ciò che più colpisce, infatti, anche grazie all’audio-guida che, per i meno informati e non addetti ai lavori è davvero fondamentale e consigliata, è la perfetta coincidenza -nella narrazione- del suo percorso artistico e del suo percorso umano/sociale. Dopo aver sentito o letto delle sue “battaglie” civili, interrotte troppo presto dalla malattia, infatti, si percepiscono dettagli e particolari nelle sue opere che, magari, prima non avremmo notato o che non avremmo saputo interpretare. È vero che fu egli stesso a dichiarare, in una delle frasi divenute celebri e, per questo, scritta a caratteri cubitali in una delle prime stanze della mostra, che l’interpretazione delle opere deve essere lasciata al singolo fruitore, al pubblico, che ne vede e ne sente ciò gli viene in quel momento…ciò che il suo trascorso gli permette di vedere, ma essendo quello di Haring un vero e proprio codice, linguaggio simbolico, senza una introduzione, spiegazione o “guida” si perderebbe molto del “non detto”, dei rimandi, delle citazioni, alte o popolari che siano.

Non c’è altro modo migliore del definire Haring un artista “totale” in quanto fu una sorta di anello di congiunzione tra epoche e stili diversi, anche distanti secoli. Il suo rimettere mano alle opere di artisti datati, dall’età classica al pop, passando per il Rinascimento, ha avuto una funzione di “collante” tra le varie epoche e arti, ma anche tra l’arte e la società di cui egli fu parte integrante. Visse le strade, i salotti, l’associazionismo, l’impegno, i diritti civili, le minoranze, visse a pieno, anche se brevemente. Non osiamo immaginare quanto avrebbe potuto ancora cambiare l’arte (e il mondo) se avesse avuto la possibilità di proseguire la sua vita e la sua carriera per altri venti, trenta o più anni. Ma forse è anche nella brevità e nella intensità della sua “esistenza” artistica e umana, il segreto di Keith Haring.

By Andrea Tagliaferri, Copyright DeUniverso © 2017.