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In memoria del piccolo Ayla Kurdi

La storia in uno scatto
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La foto di questo mese riprende una delle tante manifestazioni che resero omaggio alla tragica scomparsa di Ayla Kurdi. Nel settembre del 2015 una foto fece in poco tempo il giro del mondo divenendo subito virale.

L’immagine non era bella da vedere, tuttavia anche all’osservatore distratto suscitava un’immediata empatia nei confronti della tragica fine di un bambino di soli tre anni annegato nelle acque del mediterraneo e spiaggiatosi sulle coste turche.

Quella foto è stata la testimonianza viva ed efficace di cosa sia significato per molti profughi l’attraversamento del mediterraneo con mezzi di fortuna. Una storia paradigmatica della tragedia di tante famiglie che hanno perso persone care. Infatti, il padre di Ayla è stato l’unico superstite e fiaccato dal dolore di vedere morire davanti ai suoi occhi anche la madre ed il fratellino della giovanissima vittima. Un dramma dentro un altro dramma.

La redazione di DeUniverso volutamente non ha usato l’immagine nuda e cruda scattata da Nilüfer Demir su una spiaggia nei pressi di Bodrum in Turchia. La scelta scaturisce dal fatto di non voler in alcun modo strumentalizzare una tragedia cosi immane più di quanto è stato fatto nei mesi successivi al 2015.

Eppure una breve riflessione si impone.

Dal senso di partecipazione e solidarietà da parte dell’opinione pubblica di mezzo mondo, nel giro di poche settimane, questo sentimento di dolore e sofferenza si è trasformato rapidamente in un atteggiamento di diffidenza, ostilità passando ad una totale chiusura nei confronti dell’immigrato in generale.

Si pensi quello che accadeva in Germania nel settembre di quello stesso anno. Dopo la decisione da parte della Merkel di aprire i confini, si assistette in alcune città tedesche, come ad esempio Monaco, ad un slancio di generosità e solidarietà di tanti volontari che, accogliendo i profughi, in miglia, provenienti da Siria, Afghanistan, Iraq, li facevano dono di sacchi a pelo e di beni di prima necessità.

Questo entusiasmo iniziale cedette il passo quasi da subito all’indifferenza, all’ostilità e alla paura dello straniero in generale. Perché tutto questo? Quale è la radice profonda di questo mutamento?

Stamane cercheremo di abbozzare una mezza risposta facendo riferimento a nuovi studi neuro-scientifici e neuro-psichiatrici sugli aspetti negativi dell’empatia.

Una recente ricerca ha dimostrato che alcuni individui possano mettere in default la loro empatia quando a soffrire siano persone che non fanno parte del proprio gruppo etnico o meglio sociale (2010, Università di Bologna, Lione e Roma: Alessio Avanti, Angela Sirigu, Salvatore Aglioti).

Infatti, le linee di rottura dell’empatia non dipendono semplicemente dal colore della pelle bensì dalle distinzione di ordine cultura che possono essere fatte sul concetto di umanità: su quello delle etnie, delle nazioni, degli ambienti politici, professionali o, infine, delle squadre sportive.

In altre parole, potremmo parlare di una certa forma di psicopatia sociale ove l’empatia si blocca sul limite degli endo-gruppi e cede il passo ad un altro sentimento opposto che i tedeschi chiamano Schandefreude ovvero “la gioia della sofferenza”: la crudeltà ed il sadismo.

Basta il colore della pelle diversa o semplicemente il diverso logo stampato sulla maglietta per accendere nell’attività neurone di un individuo non il meccanismo empatico di solidarietà altruistica pensi quello del piacere sadico.

Questa linea di demarcazione messa in atto dal nostro cervello tra “Noi” e “Loro” sta alla base, molto probabilmente, del successo della propaganda anti-armena del 1915 in Turchia, quella anti-semitica del 1939 in Germania e delle più recenti, come ad esempio, tutsi o curdi riuscendo ad avere una forte presa su ampi strati della popolazione, distruggendo l’empatia e dando sfoco alla Schendefreude.

Fanno riflettere le parole del 1961 di Cloude Lèvi-Strauss nel suo saggio Razza e storia: «La nozione di umanità, che include, senza distinzione di razza o di civiltà, tutte le forme della specie umana, è di apparizione assai tardiva e di espansione limitata […]. Per vaste frazioni della specie umana e per decine di millenne, questa nozione sembra essere totalmente assente. L’umanità cessa alle frontiere della tribù, del gruppo linguistico, talvolta perfino del villaggio; a tal proposito che molte popolazioni cosiddette primitive si autodesignano con un nome che segnifica gli “uomini” […], sottintendo così che le altre tribù, gli altri gruppi o villaggio, non partecipano delle virtù - o magari della natura - umane».

C’è da riflettere su queste parole. Le leggi razziali naziste e fasciste si crede, spesso, che siano state nella storia del novecento un eccezione, tuttavia, purtroppo, le cose non sono andate e non vanno propriamente così. Sembra vero il contrario.

Quale sia il meccanismo scatenante con cui ignoriamo volutamente il tratto umano nel volto di chi ci sta dianzi considerandolo non semplicemente diverso bensì inferiore a noi. Non vogliamo dirlo a noi stesso ma la dimensione del subconscio, attraverso il sentimento della paura e della diffidenza, fa emergere questa realtà. Il default della nostra empatia che cede lo spazio al piacere di vedere soffrire l’altro potrebbe essere sul piano neurofisiologico una concausa o segnale.

Tuttavia, sta a noi scegliere quale utilità possa avere l’empatia o meno. La capacità di sapersi immedesimare nell’altro ha un grande potere sul nostro pensiero e sulle nostre azioni. È proprio la dimensione emotiva a dare una coloritura diversa alla nostra dimensione noetica ed orientarci ad un agire saggio.

Infatti, in una dimensione totalmente fattuale, gli stati emotivi che gli altri suscitano i noi o, di converso, quelli che noi provochiamo nell’altro, sono capaci di rafforzare o attenuare fino anche ad obliare, in modo del tutto intuitivo, le scelte e le azioni con cui valutiamo e misuriamo ciò che è giugno o sbagliato, moralmente opportuno oppure deprecabile.

In estrema sintesi, la nostra capacità di provare qualcosa per l’altro in modo empatico non solo è d’aiuto per la persona in difficoltà o che manifesta un reale bisogno, bensì è lo strumento che può sostenere efficacemente ed abilmente i nostri stessi interessi in una maniera socialmente sostenibile.

(Fonte: Mind. Mente&Cervello, mensile di psicologia e neuroscienze de’ Le Scienze, n. 166, Anno XVI, 10/2018).

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