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L'impalpabilità della teoria Gender e i suoi pregiudizi

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Intervista a Dario Accolla, linguista, insegnante, blogger e attivista a cura di Andrea Tagliaferri.

1. Nell’ultimo anno in Italia si è parlato, a volte anche senza attinenza con la realtà fattiva, di “Gender”, “teoria del Gender” e di “Gender Studies” come fossero termini equivalenti. La confusione in questo ambito è moltissima. Potrebbe chiarirci il panorama sia dal punto di vista lessicale che da quello contenutistico, ricostruendone anche brevemente il suo percorso storico?

Almeno dal 2013 in Italia si agita lo spauracchio del “gender”, una presunta ideologia che verrebbe insegnata nelle scuole per cambiare, orientare o addirittura pervertire l’identità sessuale degli adolescenti. Il termine è poi tornato in auge tra il 2015 e in 2016. Non a caso: nelle date in questione il parlamento e il governo hanno discusso due disegni di legge pensati per la comunità Lgbt. Il primo era quello contro l’omo-transfobia, mai approvato in via definitiva. Il secondo, invece, è meglio conosciuto come “legge Cirinnà” che disciplina l’unione tra persone dello stesso sesso. Questa premessa è necessaria per avere ben chiaro il contesto in cui la parola “gender” viene utilizzata.

Ovviamente c’è una grande differenza tra le tre diciture in questione. Per “gender” si intende un’ideologia (inesistente) che porterebbe – sotto la supervisione della cosiddetta lobby gay – insegnanti, agenzie educative, organi internazionali a modificare l’identità sessuale di milioni di adolescenti, con lo scopo di controllarne le menti. Mancano all’appello solo la rediviva Carboneria, gli Illuminati e i Savi di Sion e poi, credo, ci siamo tutti. Al di là di certe categorie vicine al fantasy abbiamo poi gli studi di genere (o gender studies) che si interrogano sulle disparità che troviamo tra i generi, appunto. Ad esempio, dal punto di vista storiografico questi studi si interrogano sull’origine delle disparità tra uomini e donne, su quali sono i presupposti culturali su cui si basano, ecc. Siamo lontani dal “pervertire” la natura umana (ammesso che ne esista una). Per gender theory, infine, si intendono le acquisizioni di quegli studi.

Faccio notare, ancora, che c’è molta confusione sotto il sole di chi crede al “gender” come elemento di perversione sociale. Il semplice fatto di alternare “teoria” a “ideologia” ci fa capire che, per chi crede alla sua esistenza, c’è un certo disordine. Linguistico, in primis. Se una cosa è ideologia, non sarà teoria e viceversa. Attraverso l’osservazione della realtà, infatti, si arriva a teorie specifiche. Altra cosa, invece, è cercare di mutare la società in cui si vive attraverso un sistema di pensiero (o ideologia). Esiste una teoria, per fare un solo esempio, che descrive la forza di gravità sul nostro pianeta. Se applicassi su di essa la semplificazione (o confusione) che si fa con la parola “ideologia”, potrei cominciare a dire che gli oggetti cadono verso il basso perché qualcuno li ha convinti a fare questo. Con il termine “gender” si fa questo tipo di procedimento. Che farebbe sorridere chiunque. Qualcuno, invece, ci crede davvero.

2. Quali pregiudizi e preconcetti connotano queste discussioni e che influenza hanno sulla corretta trasmissione di contenuti, concetti e informazioni alla platea di “auditori” che quotidianamente utilizzano i mass media, tradizionali e nuovi che siano?

Il primo pregiudizio è quello di credere che ci siano persone che vogliano entrare nelle aule a convertire milioni di adolescenti, in Italia e in tutto il mondo, all’omosessualità e alla transessualità. C’è uno spot prodotto da una nota associazione omofobica che fa vedere un bambino che torna a casa sconvolto perché a scuola gli hanno insegnato che può essere uomo o donna a seconda di come si sveglia al mattino. Personalmente, se qualcuno mi dicesse una cosa del genere, penserei a lui come a una persona mentalmente poco stabile. Su questa demonizzazione determinate realtà, politiche e religiose, hanno avviato una campagna contro l’educazione di genere, contro i percorsi di educazione sessuale a scuola, contro la prevenzione del bullismo. Telefono Rosa – l’associazione che si occupa di prevenire la violenza contro le donne – ha denunciato l’impossibilità di agire nelle scuole proprio per colpa di certe organizzazioni che rendono impossibile parlare di certi argomenti. E si badi, non si tratta di fare lezioni su come è facile cambiare sesso, a secondo di un capriccio mattutino: significa responsabilizzare un’intera generazione su fatti gravissimi, come le violenze contro ciò che si percepisce come inferiore o diverso. A qualcuno, evidentemente, tutto questo dà fastidio. E usa il “gender”, qualsiasi cosa voglia significare questo termine, per impedire che ragazzi e ragazze facciano l’unica scelta possibile: quella del rispetto dell’altro/a.

3. Nel suo ultimo lavoro editoriale, Il Gender: la stesura definitiva - Tutto quello che ancora non sai dell'ideologia che farà di tuo figlio un gay (Villaggio Maori Edizioni, 2017), utilizza un linguaggio molto spesso ironico su temi anche delicati. Ci spiega questa scelta metodologica e a cosa punta il suo libro?

Il mio libro ha una duplice faccia, quella schierata e “di pancia” e quella più seria e obiettiva. Ha come scopo quello di smontare il castello di menzogne e di pregiudizi che c’è attorno alla bufala del “gender”, bufala costruita tramite un linguaggio aggressivo nei confronti della comunità Lgbt del nostro paese. Così come ieri gli ebrei erano indicati quali sovvertitori della sicurezza nazionale delle nazioni “ariane”, oggi la gay community è descritta come pericolosa per la tenuta morale e democratica del nostro paese. Ho dato una doppia lettura del fenomeno in corso. Nella prima parte, si analizzano le cose dette da chi mette in giro le voci sull’ideologia del “gender”, facendo l’unica cosa possibile: sorridere di loro. Nella seconda parte, invece, analizzo la questione in modo più obiettivo e il tono si fa più serio. La scelta mi è sembrata inevitabile: “una risata vi seppellirà”, è l’antidoto che trovo contro l’odio. Di fronte alla vita delle persone, invece, si ha l’obbligo di osservare ciò che accade col dovuto rispetto.

di Andrea Tagliaferri, Copyright DeUniverso © 2018.

 

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