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Mar, Apr
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I prof e la sudditanza psicologica

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Si moltiplicano ormai gli episodi (che evidentemente non sono più solo episodi) di aggressioni fisiche da parte di studenti e genitori ai danni dei professori. Stupiti, sul fronte della trincea sociale dell’insegnamento (altro che tre mesi di vacanza!), ormai non ci lascia più nemmeno il caso della professoressa di Alessandria che è stata legata alla sua sedia, percossa e ripresa con un cellulare fino poi a che il video è stato postato su Instagram.

Per chi conosce la scuola sa come ormai il clima di tensione che si respira al suo interno, soprattutto nei confronti dei soggetti più deboli, che siano essi studenti o docenti, sia arrivato a livelli estremi. Ciò che invece ci ha lasciato stupiti è stata la risposta a questo ennesimo ed esponenziale atto di ingiuria. Ingiuria in senso morale e, a dispetto dei discutibili provvedimenti che sono stati presi (un mese di sospensione senza però l’interruzione della frequenza), in senso giuridico. Ovvero in-iuria, infrazione del diritto.

Una persona, peraltro parzialmenlte disabile, è stata legata a una sedia, dileggiata, oltraggiata fino, nel segno della violazione della privacy, al pubblico ludibrio su Instangram, e il provvedimento nei confronti degli autori di questo crimine scolastico e anche segnatamente giuridico non è stato altro che quello appunto di una sospensione scolastica di un mese senza l’interruzione della frequenza. Per le infrazioni al regolamento d’istituto e, lo sottolineiamo, allo stesso codice del diritto, non ci sembra che l’istituzione scolastica né tantomeno quella della giurisprudenza statale si sia mossa in maniera consona.

Non stiamo qui comunque a dire delle pene scolastiche e più propriamente giudiziarie che ciò avrebbe dovuto comportare ma a rilevare invece come nelle parole della stessa docente oltraggiata vi sia il segno di un’epoca in quanto ai rapporti della società con la scuola. Ha detto la docente oltraggiata: «È stata una goliardata, sono stati presi provvedimenti e i ragazzi mi hanno anche chiesto scusa. Spero non lo facciano mai più». Una goliardata? C’è da ritenere adeguato questo termine? I motivi personali che hanno spinto la donna a pronunciarlo non li conosciamo ma evidentemente essi non possono essere non ricondotti nell’alveo di una più vasta sudditanza psicologica che a sua volta è il frutto di una sudditanza sociologica in cui versa l’istituzione scolastica nei confronti appunto di un quadro ormai completamente disgregato della vita aggregata.

“Stringiamoci a coorte, sian pronti alla morte” fu quanto il giovane Mameli scrisse per il Risorgimento italiano. E questo caro inno, che il Presidente Ciampi ha giustamente voluto che si imparasse a scuola, sembra oggi dover innanzitutto incoraggiare la componente docente e risuonare come il peana mattutino di quei tanti insegnanti che ogni giorno si recano a scuola stretti intorno alla corte del loro sapere e della loro passione e disposti al martirio per il nuovo risorgimento di uno Stato che sembra aver sempre di più abdicato alla cultura. Cioè a se stesso.

Che lo Stato è appunto l’uscita da uno stato di ferinità naturale e l’entrata in quella dimensione dove l’animale uomo, in virtù della coltivazione e della codificazione dei suoi sviluppati istinti sociali, si eleva alla convivenza civile e alla razionalità. Quella razionalità che ancora ci permette di distinguere (e insegnare questa stessa distinzione ai ragazzi) fra la vigliaccheria e la goliardia. Fra il gioco e il giogo, quel giogo che oggi va sotto la vulgata inflazionata ma a quanto pare insanzionata di ‘bullismo’.

Di Giuseppe Cappello, Copyright DeUniverso © 2018.