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Mer, Dic
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OCCIDENTE. IL ‘FRONTE INTERNO’ DEL LICEO

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Peregrinando di anno in anno da una scuola all’altra, proprio sul conchiudersi della mia lunga carriera quindicennale di insegnante precario, ho partecipato lo scorso anno scolastico (qualche giorno dopo l’attentato terroristico al Bataclan) a un collegio dei docenti in un noto liceo classico romano che dovrebbe essere uno dei templi rimasti sull’acropoli della speculazione.

E ho dovuto prendere amaramente atto che anche qui la mentalità immediatamente applicativo-produttiva che pervade ormai la nostra società non ha più una resistenza o, perlomeno, un momento di riflessione critica.

Pure in quella istituzione, il liceo classico, che dovrebbe fare della scholè, il tempo libero dal lavoro dedicato alla ginnastica e all’amabilità del pensiero, la sua bandiera, ha ammainato tale vessillo in una corsa spasmodica di fronte alla nuova parola d’ordine con cui la società totalizzante immediatamente applicativo-produttiva del mercato dell’agora  sta facendo breccia fino su all’acropoli; di fronte al nuovo grido di battaglia pedagogico della cosiddetta ‘alternanza scuola-lavoro’.

Scriveva Gentile: «scuola è lì dove una mente che insegna e una mente che apprende si uniscono in una mente che conosce». Ecco, anche sull’acropoli, questo versetto della bibbia laica della speculazione risuona come blasfemo. Tutto deve essere rivolto al negotium; fosse pure alle produzioni delle migliori griffe, tutto deve essere subito immediatamente produttivo, applicativo, spendibile.

E qui veniamo, per chiudere, alle difficoltà delle nostre società occidentali. Scriveva Hegel che «un popolo senza metafisica è come una chiesa senza il suo altare».  Metafisica ovvero visione; momento teoretico che si fa ethos e anche nell’uomo comune va al di là del momento applicativo-produttivo (fosse solo magari anche per guidarlo; con questa idea Napoleone aveva istituito proprio i Licei in Francia).

Bene, credo che se in questo momento storico vi sia qualcosa che il mondo occidentale debba temere questo sia proprio se stesso; la sua incapacità a stringersi intorno all’altare della visione; di quella visione che, da Socrate all’Illuminismo, l’Occidente aveva coltivato sul suo altare laico nel tempio sull’acropoli della speculazione. Così ciò che più temo nella sfida che le nostre democrazie hanno di fronte dopo il 13 novembre non sono i terroristi (certo anche quelli) ma il fatto di non trovare più una scuola che preservi la nostra gioventù (e tra questa mia figlia) dal ‘lavoro’ (altro che alternanza!) e si occupi più appropriatamente della sua paideia.

By Giuseppe Cappello, Copyright DeUniverso © 2017.