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Lettura retrospettiva ed antropologica sugli "studi di genere"

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Una lunga riflessione critica sugli studi di genere attraverso alcune categorie antropologiche e filosofiche seguento la linea di pensiero metafisica ed aristotelica-tomista. 

Sommario: 1. Cenni storici; 2. Distinzione tra sesso, genere ed orientamento sessuale; 3. Tra natura dell'essere ed essere in natura; 4. Un'antropologia a servizio dell'educazione sessuale; 5. Il pensiero Cattolico e l'omosessualità;

Riflettere sugli “Studi di Genere”, oggi, appare ostico a causa di diversi elementi di ordine sociale e politico.

Il mio contributo ha come scopo quello di aiutare a fare un po’ di chiarezza rispetto ad un approccio ideologico: a chi, richiamandosi a questo tipo di ricerche scientifiche, costruisce una “teoria” gender o “anti-gender” in ordine all’educazione sessuale da impartire nelle scuole (si veda l'articolo di Di Mieri).

Un primo elemento di chiarimento è quello di evidenziare che non è possibile parlare propriamente di “teoria” dato che questi studi sono di natura sociologica e psicologica. È anche vero che nell’ultimo decennio si è andato ad arricchire il quadro della ricerca attraverso un approccio più interdisciplinare richiamando principi e conclusioni di altri ambiti scientifici (biologici, genetici, neuroscientifici…).

D’altro canto da questo tipo di studi è possibile far emergere elementi per un’antropologia e, conseguentemente, è possibile offrire i presupposti per la costruzione di principi etici capaci di orientare scelte sul piano politico e valoriale.

È proprio su quest’ultima prospettiva che s‘insinua, nel contesto attuale di oggi, una certa confusione che possa portare a facili conclusioni che, invece di essere d’aiuto, hanno come unico effetto quello di creare divisione e scontro. Vengono poste le basi per una radicalizzazioni delle posizioni alimentando, così, un clima generale di fobia nelle sue diverse declinazioni contro la “diversità” in generale.

1. Cenni Storici.
Il primo studio di carattere sociologico e statistico è stato quello prodotto da Kinsey Alfred, Wardell Pomeroy ed altri dal 1948 al 1953 ed ha visto un primo momento di sintesi nel cosiddetto rapporto Kinsey costitutito da due pubblicazioni: Sexual Behaviour in the Human Male (Tr. it. Il comportamento sessuale dell’uomo, 1948) e Suxual Behaviour in the Human Female (Tr. It. Il comportamento sessuale della donna, 1953).

Si tratta di una ricerca statistica costruita su un’indagine demoscopica di 18.000 interviste. Ad oggi, possiamo affermare sommariamente che il lavoro si presentava approssimativo ed impreciso dal punto di vista delle tecniche utilizzate. Tuttavia non se ne può tour court metterne in dubbio la sua accuratezza scientifica rispetto al contesto storico in cui fu elaborato. Il suo pregio fu quello di fornire un primo quadro scientifico sul comportamento sessuale umano facendo emergere elementi di novità rispetto alle credenze sulla “eterosessualità” e sulla dimensione “affettiva” e del piacere sessuale.

Sulla base di questo tipo di studi Kinsey elabora alcune elementi di antropologia evidenziando la necessità di superare la classica distinzione tripartita di eterosessualità, bisessualità ed omosessualità introducendo una scala di valutazione in sei distinti livelli tra perfetta eterosessualità ed omosessualità.

Gli studi di Kinsey, tentativo isolato in ambito scientifico, furono la base per una ripresa della ricerca a partire dagli anni settanta in Nord America e negli anni ottanta in Europa Occidentale. È vero che questi nuovi studi si realizzarono in un contesto femminista per legittimare il processo di emancipazione femminile e superare le barriere ed i pregiudizi di una cultura maschilista, a tratti misogina ed omofoba. Ben presto, tuttavia, la ricerca si estese ad altri ambiti del pensiero filosofico ed etico all’interno di alcune correnti come il post-strutturalismo e decostruzionismo (si pensi agli studi di Michel Foucault e di Jacques Derrida) o nell’ambito della psicologia e della teoria del linguaggio con Jacques Lacan o, in prospettiva postlacaniana, di Julia Kristeva.

Assistiamo a dei lavori di ricerca multidisciplinari all’interno delle scienze umane: psicologia, sociologia, scienze etno-antropologiche, filosofia, teologia, politica e demografia…

È evidente come da questo tipo di studi emergano elementi di antropologia ovvero di una certa visione dell’uomo e del modo con cui costruisce la sua natura di genere. Un dato comune in tutte queste ricerche è l’identità di genere. Essa non è data in una natura compiuta ma si realizza ed evolve attraverso un processo culturale ove l’individuo è inserito ed interagisce.

Questo tipo di studi si basano sull’analisi del comportamento “in natura” degli individui che non può essere catalogato semplicemente in maschile e femminile bensì in una sfumatura variegata di tendenze che si realizzano in astratto attraverso due estremi perfettamente eterosessuale ed omosessuale.

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2. Distinzione tra sesso, genere ed orientamento sessuale.
Gli studi di genere evidenziano che la costruzione della propria identità affettiva1 è il risultato dell’interazione di tre distinti elementi: sesso biologico, orientamento sessuale ed identità di genere.

Il sesso struttura l’individuo sul piano genetico fornendo un carattere biologico, fisico ed anatomico con cui possiamo distinguere un “maschio” ed una “femmina”2.

L’orientamento sessuale, quello che comunemente viene indicato come genere, costituisce la costruzione culturale: è la rappresentazione e la definizione dei comportamenti umani correlati con la propria biologia e darebbe vita allo statuto ontologico di “uomo” e di “donna”.

L’identità di genere, infine, viene presentata sul piano concettuale come un terzo elemento: il frutto di una interazione dinamica ed aperta tra la struttura biologica e quella culturale dell’individuo. La persona non sceglie la sua identità di genere come precostituita nella sua biologia o in un processo educativo e culturale bensì gli viene data come “elemento intrinseco” del suo essere individuo. È per questo motivo che si può parlare di “scoperta” della propria identità di genere.

L’individuo in questa prospettiva può vivere un ruolo sociale coerente con la sua identità di genere o di converso, a causa di certe stereotipi culturali, fobici e di rifiuto della diversità, sottostare ad una situazione di continua contraddizione tra la sua identità ed il ruolo di genere che decide di vivere (eterosessuale od omosessuale).

Questa distinzione concettualmente tripartita riesce meglio a spiegare ciò che si osserva “in natura” in quelli che sono i propri orientamenti affettivi ovvero di affezione e relazione amorevole-amichevole che passa attraverso la nostra sessualità o identità di genere.

È in questa prospettiva che trova una diversa lettura un fenomeno che si può osservare in natura: il “transessualismo”. È un termine generico, a cui possono essere ricondotti diversi casi:

  • Persone transessuali operate che hanno, attraverso interventi chirurgici, una perfetta identità tra struttura morfologica e biologica con la propria identità di genere;
  • Persone transessuali non operate o parzialmente operate, lasciando inalterate la morfologia dei propri genitali ma approdando ad una serie di modifiche fisiche ed estetiche per più avvicinarsi alla propria identità di genere;
  • Persone di genere non-binario ovvero di persone geneticamente maschia o femmina che tuttavia non riescono ad identificarsi nella dicotomia uomo-donna;
  • Ed infine la persona crossdresser ovvero il “travestito”, che non sempre è associata alla parafilia, e si esprime attraverso lo scambio dei ruoli di genere rispetto alla propria vera identità o meno (p.e.: uomini che si travestono da donna o viceversa).

Secondo lo schema del sentire comune il transessuale appare come un’anomalia. Gli studi di genere invece sottolineano che non si tratta di casi da studiare come eccezione bensì di un terzo genere che al suo interno presenta diverse sfaccettature.

Anche la prospettiva “eterosessuale” viene letta con sfumature e casistiche varie che portano al suo estremo opposto: “l’omosessualità”. Potremmo osservare che non si può più parlare di soli due generi (maschio e femmina) ma di una pluralità di possibili generi tra due o tre estremi ove la diversità non appare più un’eccezione.

Gli studi di genere hanno avuto il pregio di far emergere la complessità della sessualità umana e di evidenziare quanto accade “in natura” ovvero sul piano fattuale. Questo tipo di studi producono anche elementi che possono essere la base di un pensiero antropologico che, a sua volta, può essere la sovrastruttura di diversi orientamenti politici, sociali ed educativi.

È a questo livello che si crea confusione e si alimenta il conflitto ideologico che ha poco in comune con il sapere scientifico usato come pretesto per supportare le proprie posizioni.

Il superamento di questo modo d’approccio ai problemi di ordine politico e sociale costituisce lo scopo della seconda parte del nostro intervento. Più che offrire delle soluzioni in questa fase, si daranno solo indirizzi od orientamenti per porre le basi di un’antropologica che accolga l’individuo concepito non in astratto, bensì nella concretezza della sua realtà. Si tratta di porre le basi per la realizzazione di percorsi d’integrazione della diversità e prevenire comportamenti di rifiuto fobico ed a volte violento verso la dignità della persona nella sua diversità affettiva e di genere: “questo individuo”, che rimane ed è sempre un valore e non un mezzo bensì un fine da promuovere sopra ogni scelta politica, sociale ed educativa.

È per questo che ci sembra utile introdurre una distinzione di ordine antropologico e metafisico tra “natura dell’essere” ed “essere in natura”.

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3. Tra natura dell'essere ed essere in natura.
Un elemento di chiarimento per le problematiche emerse finora, è quello di precisare il concetto di “natura”. Si tratta di una categoria antica del pensiero classico usata ed abusata generando confusione. Il significato di questo termine non è univoco ma ha una pluralità semantica che cercheremo brevemente di ricostruire.

Natura può essere intesa come principio immanente che da stabilità e continuità alle cose nonostante il loro perenne divenire. Ovvero può indicare la capacità da parte dell’intelletto di cogliere nelle realtà cangevoli ciò che permane nel “maggior numero dei casi e per il maggior tempo” e d’individuare i fattori causali ovvero d’interazione tra le parti.

In questa seconda prospettiva “natura” non appare come data in modo perenne bensì come qualcosa che mostra una certa mutevolezza in relazione alla capacità dell’intelletto di comprendere.

La natura, intesa in questo modo, si presenta complessa e di difficile comprensione nella sua interezza e per questo motivo che le acquisizioni dell’ingegno umano sono sempre provvisorie. Ciò va detto per ogni forma “in natura” ma ancor di più su quella che potremmo sommariamente indicare natura “umana”.

La natura umana appare, in una delle sue dimensioni essenziali, dicotomica: maschile e femminile. Ciò si può dire nel maggior numero di casi e per il maggior tempo. In natura, tuttavia, esistono fenomeni che sono tutti riconducibili a diverse forme di ermafroditismo. La medicina in generale li descrive come rari esempi di disgenesia gonadica ovvero come forme di disordine multipli dello sviluppo del sistema riproduttivo come la sindrome di Turner, di Klinefelter, ermafroditismo vero e proprio, intersessualità (sindrome di Relfenstein o di Lubs) ed in fine la disgenesia gonadica pura (o sindrome di Swyer) o mista.

Questi fenomeni in natura, pur essendo valutati come delle anomalie dal punto di vista biologico e medico, tuttavia, dal punto di vista antropologico, evidenziano che gli individui con disgenesia gonadica sono individui che manifestano una diversità che si radica su un elemento essenziale della loro essere individuo ovvero la natura non in tesa in astratto bensì nella concretezza di “questo” soggetto. Se volessimo leggere con la categoria valoriale della persona dovremmo ammettere che la loro diversità non può essere intesa con anomalia bensì come una variazione anche se rara rispetto alla comune condizione dicotomia sul piano biologico e sessuale di uomo e donna.

Ne consegue che la condizione di diversità va accolta come condizione di partenza che l’individuo non sceglie ma solo può accogliere ed accettare come parte del suo essere individuo ovvero la natura del suo essere che lo caratterizza e lo distingue. Ciò conduce ad una conclusione possibile sul piano antropologico ed etico che l’individuo nella sua diversità va accolto come valore dovendo porre il suo statuto biologico e sessuale su un piano pre-morale ovvero di scelta.

A questo punto ci poniamo noi: questo medesimo ragionamento è possibile proporlo anche per un altro fenomeno in natura che è costituito dall’omosessualità e dalla transessualità?

Rispondere a questo interrogativo significa spostare la nostra riflessione su un piano propriamente antropologico ed etico. È opportuno preliminarmente chiarire il fine che ci prefiggiamo: offrire elementi utili ed ermeneuti quale base per un’educazione sessuale che rispetti le diversità.

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4. Un'antropologia a servizio dell'educazione sessuale.
Il pregio degli studi di genere, sul piano antropologico, a mio avviso, è il superamento della categoria dicotomica maschio-femmina per comprendere la complessità dell’essere sessuato dell’uomo. Questo tipo di ricerca ha evidenziato come “in natura” troviamo tante variegate sfumature nel comportamento umano.

L’omosessualità e la transessualità non possono essere in alcun modo considerate come un anomalia dell’essere umano “in natura” perché è evidente che per il semplice fatto che esista un individuo omo o transessuale è, per la sua intrinseca costituzione come persona, ovvero individuo di natura umana, un valore irriducibile a qualsiasi schema che lo voglia menomare o riconoscerlo solo come soggetto malato o come, appunto, una anomalia.

La letteratura medica ha acclarato che l’identità di genere si struttura nella fase evolutiva della prima infanzia. L’ipotesi più accreditata fa emergere che la propria identità di genere si strutturi nel rapporto parentale dei soggetti maschili e femminili percepiti come significativi dal bambino e bambina e della loro capacità di identificarsi con il soggetto che viene percepito più forte.

Questo processo appare irreversibile e struttura il passaggio in fase pre-adolescenziale ed adolescenziale della propria scoperta di genere tra sesso (maschio o femmina…) e orientamento sessuale ovvero la sovrastruttura culturale che impone dei ruoli. È evidente che il processo psicologico ed evolutivo con cui il/la ragazzo/a arriva alla scoperta della sua identità di genere sia previo ad una scelta morale. S’inscrive nella suo essere, intesa non in modo astratto, bensì concreto, questo individuo, e ne costituisce l’elemento identificativo della sua identità. Si struttura una tendenza affettivo-sessuale che il comportamento fattuale può solo rafforzare o di converso attenuare ma non può in alcun modo essere eliminato.

Questa sommaria descrizione, sul piano psicologico ed antropologico, evidenzia uno stato dell’omosessualità e della transessualità in cui la diversità non è scelta bensì scoperta come condizioni intrinseca ed orientamento psico-affettivo e sessuale.

Occorre fare, a questo punto, una precisazione. Il termine “diversità” non viene più usato per distinguere l’omo- e il transessuale dall’eterosessuale bensì come differenza tra identità di genere variegata con tante sfumature e sesso biologico (bipartito in genere: maschio e femmina) ed orientamento sessuale (eterosessuale, omosessuale e transessuale).

Non possiamo parlare propriamente di bio-diversità tuttavia, proprio in riferimento al concetto di “essere in natura”, possiamo parlare di diversità intrinseca della natura di “questo individuo”. In forza di questa condizione di partenza, occorre trattare con rispetto, accoglienza e riconoscenza l’individuo che scopre la sua “diversità” confrontandosi con lo stereotipo culturale e si propone di vivere la sua normalità intrinseca, ovvero della “sua natura”.

Da qui la necessità di educare all’accoglienza delle diversità (e non più della diversità), alla possibilità di riconoscere convivenze stabili all’interno di un progetto di vita tra tutte le persone a prescindere dalla loro condizione di partenza, ed, in fine, la possibilità di pensare di concepire famiglie allargate in cui il ruolo genitoriale sia vissuto nel rispetto della propria identità di genere.

Queste sono brevemente le conclusioni che si possono trarre da un’antropologia metafisica che sa distinguere la “natura dell’essere” e “l’essere in natura”. Un pensiero che sappia mediare tra necessario e possibile, tra principi o “quasi principi” e valore della persona.

Quanto di ciò che stato detto finora si concilia con il pensiero ispirato alla fede cattolica?

Qualcuno, sia pro-gender che anti-gender, può arrivare ad una conclusione affrettata che dichiara l’assoluta inconciliabilità. Tuttavia, ritengo che esista la differenza tra dissentire e non scandalizzarsi, tra non condividere e non accogliere, tra non accettare e negare categoricamente o annichilire. Ciò che si vuole proporre non è una sovversione dei valori bensì una loro rimodulazione rispetto a quanto emerge dalla consapevolezza di una diversità che appartiene intrinsecamente ad ogni individuo umano in ordine alla propria identità di genere.

La strada per il Magistero della Chiesa su queste tematiche è molto lungo tuttavia piccoli passi importanti sono stati fatti e sono l’indice di un pensiero che evolve e si adatta ai tempi nuovi pur mantenendo alta la tensione sulla necessità non derogabile di fedeltà alla genuinità del pensiero evangelico filtrato dalla Sacra Tradizione.

Le considerazioni conclusive di questo contributo sono solo semplici spunti e non assumono la forma di un pensiero pienamente compiuto. Si vuole solo offrire una chiave di lettura che impedisca di utilizzare il pensiero teologico per alimentare qualunque forma di fobia nei confronti della diversità.

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5. Il pensiero d'ispirazione cattolica e l'omosessualità.
Ci soffermiamo in questa trattazione solamente su quella parte del Magistero della Chiesa che si occupa, sul piano morale, dell’esperienza umana dell’omosessualità (per un maggiore approfondimento sul Magistero della Chiesa si veda l'articolo di Valle).

Fin dalle origini il pensiero dei Padri della Chiesa cosi come quelli Medioevali si struttura in una ferma condanna. La Tradizione usa un’espressione dura con cui indicare i peccati relativi alla pratica omosessuale: “contro natura”. Il catechismo di Pio X qualifica con maggiore fermezza questo tipo di peccati: “gridano vendetta al cospetto di Dio”.

Non possiamo rilevare l’estrema severità con cui viene trattato l’argomento. Si tratta di una condanna netta di quell’atto umano che abbia al centro un’affezione amorosa-sentimentale tra due persone del medesimo sesso.

Occorre evidenziare un dato. Il termine natura in queste dichiarazioni è inteso come l’essere umano concepito da un pensiero antropologico e metafisico illuminato ed ispirato dal dato rivelato e filtrato dalla tradizione ecclesiale. In altre parole tra la ferma condanna ed il messaggio evangelico vi è la mediazione di una riflessione umana storicamente inculturata in un contesto socio-politico.

È alla luce di questa sfumatura che possiamo comprendere in modo positivo il cambio terminologico operato dal Magistero di Benedetto XVI durante il suo pontificato. Non usa più la terminologia di Pio X bensì una nuova espressione: “intrinseco disordine”.

Ai molti, in una lettura superficiale, può apparire irrilevante. Tuttavia, in questa variazione, denota una volontà decisa d’indicare una nuova strada su cui porre le basi per una nuova mediazione tra valori evangelici e vita vissuta, tra fedeltà ad un messaggio divino e condizione della vita umana.

Non si parla più di “natura” bensì si richiama indirettamente un “ordine” dato distinguendo in questo modo la mediazione del pensiero noetico illuminato dal dato rivelato. L’intrinsecità, anche se qualifica in modo oggettivo il secondo termine, apre lo spazio per una prospettiva soggettiva. Più propriamente parlando, infatti, evidenzia, non tanto il disordine morale rispetto ad una “natura” data, bensì l’intrinseca condizione dell’individuo umano che scopre nel suo essere questo suo co-naturale disordine rispetto alla “normalità” della maggior parte degli individui.

Una lettura interpretativa in tal senso del dato magisteriale apre la possibilità di comprendere la diversità di genere non come anomalia ma come elemento pre-costituito ove l’individuo non sceglie di “essere” o “non-essere” bensì scopre.

È da questa prospettiva che emerge una necessità di una nuova forma di mediazione sul piano pastorale tra quello che è necessario e quello che è possibile, tra necessità di riaffermare i valori e l’accoglienza dell’individuo umano, trattato sempre come valore irrinunciabile ed inalienabile, tra comprensione e solidarietà, tra insegnare ed aiutare.

In questa prospettiva la “diversità” non si misura più con la categoria della “normalità” bensì dell’“accoglienza” perché ogni diversità che ha al centro l’individuo può diventare ricchezza per l’altro superando quella forma di pensiero umano che genera anche surrettiziamente ogni forma di fobia o condanna.

In estrema sintesi ed a conclusione di questa nostra riflessione, si ribadisce la necessità di non fermarsi sul piano del mero principio o di un pensiero unico e autoreferenziale bensì di operare quella mediazione che è tipica del lieve soffio del pensiero umano che attraverso la propria riflessione lega e produce sintesi feconde per far fiorire l’umano e non annichilirlo.

di Daniele D'Agostino, Copyright DeUniverso © 2018.

Note finali:
1
 Parlare in termini d’identità affettiva e collegare questo concetto in modo simmetrico a quello d’identità di genere, significa riprendere la lunga tradizione del pensiero razionale in psicologia. Infatti, parlare d’identità affettiva porta a riconoscere nell’individuo umano una pulsione intrinseca al suo essere ed innata di attrazione affettiva prima ancora che fisica verso l’altro. Si tratta della necessità, iscritta nell’essere individuo, riscontrabile in natura, di costruire una relazioni significativa con un altro essere individuo della sua stessa specie che consideri diverso e allo stesso tempo complementare. In questo modo, si richiama un bisogno primario dell’essere umano: quello della sicurezza affettiva. Ovvero, è il bisogno di sentirsi voluto bene e di sperimentare nella quotidianità che vi sia qualcuno che si offra nel fare il bene in modo incondizionato, considerando la persona un bene in sé. Proprio questa intrinseca necessità, è complementare ad un altro bisogno primario: autostima. Infatti la sicurezza affettiva è il risvolto relazionale dell’autostima. Infatti, l’autostima non è conseguibile in modo autarchico, come accade nel disturbo della personalità narcisistica, bensì sempre entrando in relazione con l’altro in modo funzionale e mutuo. Il bisogno della sicurezza affettiva e dell’autostima si realizzano in una dinamica di reciproca influenza ove l’unico mezzo e fine è il bene relazionale di un amicizia autentica [Torna al testo].

Un caso a parte che si trova in natura è l’intersessualità [Torna al testo].

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